L’immortalità della risata latina - Le tracce lasciate nel mondo dello spettacolo italiano dalla comicità latina.
 
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    L’immortalità della risata latina

    Le tracce lasciate nel mondo dello spettacolo italiano dalla comicità latina.

    No, non c’è bisogno di andare a Piazza Navona o ai Musei Vaticani per dimostrare che la cultura latina è ancora viva e vegeta, nonostante quello che se ne dice al giorno d’oggi. È sufficiente, pensate, andare al cinema a vedere una commedia di produzione italiana. Cominciamo (da qualche parte lo si deve pur fare) da uno dei capisaldi della comicità italiana, Antonio De Curtis, “il principe della risata”, Totò. La sua irruente comicità, la sua esplosiva inventiva, il suo far ridere con un gesto, con un gioco di parole che sarebbe stato stupido in bocca a chiunque altro (basti pensare alla celebre battuta di “Totò sceicco” in cui trasforma la frase “vide Omar quant’è bello”, ovvero “vedi quanto è bello Omar”, in una parodia della famosa canzone di Ernesto e Giambattista De Curtis in cui un verso omofono significa “vedi quanto è bello il mare”) o il suo irriverente linguaggio del corpo che stabiliva un nuovo concetto di sublime all’interno del nostro cinema, troppo spesso snob e inconsistente, ci ricordano molto da vicino la comicità di uno degli autori più influenti del teatro comico dell’antica Roma, Tito Maccio Plauto. Il suo teatro è caratterizzato da un uso della lingua latina e della fisicità degli attori che spinge il linguaggio teatrale ai limiti delle sue capacità espressive e da un uso dei meccanismi comici fatto anche di allusioni e di sboccati doppi sensi a sfondo sessuale che si ritrovano nella nostrana commedia sexy degli anni ’70 che, a qualcuno costerà un po’ ammetterlo, costituisce un pezzo non indifferente della storia del nostro cinema. Sentiamo ancora la grassa risata di Plauto (la risata che nasce, ad esempio, nella sua “Aulularia” dall’uso che due personaggi che dialogano fra loro fanno del dimostrativo illa, che uno usa in riferimento alla ragazza che vuole sposare, l’altro a una pentola piena di denaro che gli è stata rubata) quando assistiamo alle pagine più belle del nostro cabaret, molto simile peraltro alla forma preteatrale italica della satura, una sorta di “varietà”. Ravvisiamo diverse somiglianze tra questa antica forma di teatro, le scene più comiche partorite dalla fantasia di Plauto e il nostro cabaret quando, ad esempio, vediamo Aldo, Giovanni e Giacomo che si esibiscono nei loro sketch più famosi, quali quelli del ridicolo onorevole Nullazzo (“se un uomo, di razza bianca caucasica”) o dello squallido imbroglione Ajeje Brazorf (che afferma ipocritamente: “C’è da pagare il canone della televisione? Lo pago! E non ho neanche il televisore, tanto per farle capire quanto sono onesto.”); allo stesso modo ridiamo con la spontaneità con cui ridevano i Romani assistendo alle commedie plautine quando ammiriamo le irresistibili e storiche freddure di quel mirabile barzellettiere che è stato Gino Bramieri, entrato ormai nella storia della nostra televisione con le sue battute semplici ed efficaci come quelle del geniale commediografo. Ma la commedia latina e, di conseguenza, quella italiana, sono fatte anche di una comicità più sottile, sorridente più che ridente o irridente, quella tipica della commedia impegnata. Ci riferiamo, ovviamente, al secondo grande commediografo latino, Publio Terenzio Afro, le cui commedie sono caratterizzate da un linguaggio più sobrio rispetto a quello esuberante di Plauto, da una comicità più raffinata, ma non per questo meno facilmente godibile e da un maggiore impegno ideologico. Le tracce di questa diversa modalità di suscitare il divertimento del pubblico le vediamo nei lavori più stilisticamente maturi di Carlo Verdone che, in film come “L’amore è eterno finché dura” o “Il mio miglior nemico”, riflette sull’autorità genitoriale come aveva fatto Terenzio in alcune delle sue commedie attualmente più acclamate (come gli “Adelphoe”, in cui Terenzio contrappone magistralmente una coppia di fratelli, dei quali uno rappresenta il classico pater familias autoritario e severo e l’altro un padre più disposto al dialogo e, soprattutto, all’ascolto). Questa riflessione viene fatta da Terenzio e anche da Verdone con estrema sensibilità, attraverso personaggi modellati con perizia, ben lontani dalle macchiette plautine, pur senza sacrificare la vis comica, quella che suscita l’ilarità dello spettatore. E, come abbiamo cominciato la nostra panoramica con un attore napoletano, così la finiremo. Infatti anche Eduardo De Filippo, che assai spesso nelle sue commedie profila situazioni dall’accentuata drammaticità e densità di contenuti sociali, anche in alcuni dei suoi lavori più marcatamente comici (“Non ti pago” o “Ditegli sempre di sì”), si diletta nel rappresentare famiglie dei più vari strati sociali, con una particolare enfasi sulla figura paterna, che durante l’infanzia mancò a lui e ai suoi fratelli, e sui vari metodi educativi che dai genitori devono essere adottati, questione ampiamente dibattuta anche in prodotti letterari “leggeri” quali le commedie (teatrali prima e cinematografiche poi) fin dai tempi di Terenzio. Come vedete, per comprendere, almeno in parte, la meravigliosa eredità lasciata dai Romani alla nostra Italia e alla sua cultura, non è strettamente necessario sorbirsi pomposi kolossal alla “Ben Hur” o soporiferi documentari che ricostruiscono la società dell’epoca, non siete d’accordo?

    di Giuliano Cirucci


    Parole chiave:

    commedia , cultura classica , totò

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