L’inutile orrore: in Siria morti e stragi - La popolazione subisce il prezzo più alto in nome di un disegno superiore.
 
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    L’inutile orrore: in Siria morti e stragi

    La popolazione subisce il prezzo più alto in nome di un disegno superiore.

    Nel lunghissimo conflitto siriano potranno cambiare le alleanze, ma i massacri resteranno sempre gli stessi. Sanguinosi, brutali. Perpetrati a        i danni di civili innocenti, di etnia o schieramento diverso da quello di chi li uccide. I civili finiscono addirittura col diventare gli obiettivi, da colpire e distruggere. Con qualsiasi mezzo. Senza pietà. Milioni di persone sono riuscite a scappare, nei paesi vicini o verso l’Occidente, in fuga da esecuzioni di massa. Genocidi. Bombe. Gas tossici. Chi è rimasto deve affrontare rischi continui. E dei morti rimarranno solo i corpi, mutilati e sfigurati, a marcire sotto le macerie delle loro case o nelle fosse comuni nelle quali i loro carnefici li hanno ammassati. Ogni tanto, agli occidentali giungeranno i numeri delle stragi. Numeri, cifre, dalle quali forse ci faremo impressionare per la quantità elevata di decessi. Senza pensare che ogni anima è una persona. Era una persona. Una persona sparita, portata via. Morta tra le macerie del suo mondo, della sua vita, distrutta da tempo. Il tutto in una guerra spietata, il cui esito è in altre mani.

    Russia, Iran e Sciiti libanesi. Arabia Saudita e altre monarchie sunnite del Golfo. Turchia. Stati Uniti. Israele. Ci sono loro dietro le parti in conflitto. Loro dietro le armi che sparano, uccidono. Armi molto spesso prodotte in Europa, da popoli in pace che forniscono ad altri il materiale per combattersi. La partita che si gioca in Siria è molto grande. Decisiva per il futuro del Medio Oriente: per le ambizioni di potenza dell’Iran e di accesso al Mediterraneo della Russia, sostenitori del governo/regime di Bashar al Assad. Per il desiderio di fermare l’Iran da parte degli stati sunniti, guidati dai Sauditi e sostenitori dei ribelli; per il desiderio di legittimazione, potenza e potere dell’uomo forte della Turchia, Recep Tayyp Erdogan, che ambisce alla gloria passata degli Ottomani, e che vuole fermare la secolare rincorsa dei Curdi alla libertà e all’indipendenza; per il dover-essere-potenza degli Stati Uniti e il loro scontro con la Russia; per l’eterna paura di Israele nei confronti dei vicini, nemici stati Arabi. Il prezzo che oggi, e da lungo tempo pagano i siriani, è simile a quello chiesto, in passato, ad altri popoli del Medio Oriente. Ed altri sono sull’orlo del precipizio, pronti a vedere una nuova guerra divampare e divorare tutto. Come un fuoco. Il fuoco del petrolio, benedizione e maledizione di quelle terre, sempre protagonista degli scontri in Medio Oriente.

    Per questo piove fuoco sulla Ghouta, sacca ribelle ad Est di Damasco assediata dal governo, nella quale le bombe mietono centinaia di vittime civili. Per questo si combatte attorno alla città di Afrin, dove i Curdi difendono il loro sogno di libertà dalla paura e dall’odio della Turchia. Dove migliaia di persone, che vi si erano rifugiate in precedenza, si trovano nel fuoco incrociato. Per questo si è combattuto a Deir Ezzor, ad Aleppo, a Damasco, a Kobane, a Palmira. Per questo si è ucciso, si è morti.

    La geopolitica non è una scienza esatta. Può cambiare, sbagliare, tornare sui propri passi. Ma non è nemmeno fatta di emozioni; è un gioco fatto di alleanze impensabili e più prevedibili tradimenti. Un gioco terribile. Si basa sul freddo calcolo, per cui soldati e civili sono solo numeri, pedine spinte e sacrificate in nome di un disegno più grande. È qualcosa che è necessario conoscere, per capire la direzione intrapresa dalla storia. Ma non contempla il pianto delle vedove e degli orfani, delle città distrutte, le urla dei saccheggi, l’odio delle diverse etnie e religioni che, in Medio Oriente, si combattono e si odiano. Tutto questo accade per un disegno superiore cui tutto è asservito. Un disegno di potere e di dominio. Di sopraffazione. Di morte. Alla fine, ci si chiede: davvero tutto questo ha un senso?

    di Damiano D'Onofrio


    Parole chiave:

    guerra , siria

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