IN ARMENIA C’È LA RIVOLUZIONE - La rivolta degli armeni costringe il premier Sargsyan alle dimissioni
 
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    IN ARMENIA C’È LA RIVOLUZIONE

    La rivolta degli armeni costringe il premier Sargsyan alle dimissioni

    Gli armeni in piazza. Si notino le mimetiche dei soldati Scioperi. Manifestazioni. Blocco di vie di comunicazione. In una parola,  rivoluzione.

     L’Armenia scende in piazza contro il suo nuovo presidente del consiglio,  che poi sarebbe il suo vecchio presidente della repubblica, e lo fa  dimettere.

     Dopo dieci anni di potere, per Serzh Sargsyan, presidente della  piccola repubblica caucasica, è finita. 

     La forza della piazza lo ha spazzato via. Il governo si è arreso alla  rivoluzione pacifica del suo popolo, rivoluzione che i suoi leader  chiamano “Rivoluzione di Velluto”, perché riuscita senza versare una  goccia di sangue. Eppure, questo esito era tutt’altro che scontato.

     

    “Io do l’annuncio della rivoluzione di velluto. Dobbiamo paralizzare l’intero sistema statale, il potere dovrebbe passare al popolo.”

    Nikol Pashynian, leader delle proteste

    Alla guida dell’ex repubblica sovietica dal 2008, Sargsyan ha ricoperto, sostenuto dal suo Partito Repubblicano, due mandati presidenziali. Dopo aver dominato la scena politica del suo Paese per dieci anni, quest’anno, per via del limite di due mandati previsto dalla costituzione, avrebbe dovuto ritirarsi.

    Avrebbe dovuto. Ma a scompigliare le carte ci pensa la riforma costituzionale del 2015, sostenuta dal presidente e approvata tramite referendum dagli abitanti del primo stato cristiano al mondo, che sancisce il passaggio da un sistema presidenziale ad uno parlamentare. Una riforma giudicata controversa dalle opposizioni, ma sostenuta timidamente anche dai paesi dell’Unione Europea, convinti che avrebbe rinforzato la giovane e fragile democrazia armena.

    Manifestanti in piazza  Le prime elezioni del nuovo sistema parlamentare, tenutesi lo scorso 9  aprile, hanno visto la riconferma del Partito Repubblicano, che, con la  maggioranza del parlamento, può eleggere il premier. E per la carica  sceglie il suo storico leader. In barba alle promesse di non  ricandidarsi, usate per vincere il referendum del 2015, Sargsyan  aveva aggirato il limite di due mandati. Ed era di nuovo in sella.

     Le agitazioni cominciano quasi subito, il 13 aprile, e, guidate da uno dei  leader dell’opposizione, Nikol Pashynian, arrivano a coinvolgere la gran  parte del popolo armeno: studenti, operai, piccoli commercianti e  borghesi si riversano nelle strade. La situazione si fa tesa: il 16 aprile si  verificano scontri tra polizia e manifestanti, con feriti da ambo le parti.  Pashynian, preoccupato, chiede che le manifestazioni rimangano  pacifiche. Si cerca di trattare, ma le opposizioni sono irremovibili:  chiedono le dimissioni di Sargsyan.

     

    Il 22 aprile Pashynian viene arrestato, per essere poi rilasciato l’indomani, 23 aprile. Nella stessa data, molti soldati, disarmati, scendono in piazza e si uniscono ai manifestanti. L’esercito si schiera con le opposizioni. Sargsyan capisce che è finita, e si dimette.

    “Pashynian aveva ragione, io no. La situazione ha molteplici soluzioni, ma non ne sceglierò nessuna. Non è mio compito. Lascio il ruolo di primo ministro. Il movimento nelle strade è contro il mio mandato. Sto esaudendo la vostra richiesta. Pace, armonia e riflessione per il nostro Paese.”

    Serzh Sargsyan


     Un manifestante con la foto rovesciata dell’ormai ex presidente dell’Armenia, Serz Sargsyan. Galvanizzata dal successo, cosa inusuale per un paese ex sovietico, la  rivolta non si ferma, anzi, chiede ora la rimozione del Partito  Repubblicano dal potere e la nomina di Pashynian a primo ministro. La  mobilitazione continua, e tocca il proprio picco: il primo maggio si  riversano in Piazza di Francia, la piazza principale della capitale Erevan,  circa 250.000 persone.

     Non c’è posto per l’incertezza, in Armenia. Malgrado la strada della  transizione sia lunga e difficile, molto rischiosa; i capi della protesta  dovranno cercare di raccogliere le istanze della collettività e combattere  la corruzione diffusa e i gruppi ristretti che dominano la politica e la  ricchezza.  Non c’è posto per l’incertezza, in Armenia. Malgrado si debba  attendere la risposta degli attori internazionali, della Russia, potente ma  nervosa alleata di quello che gli armeni chiamano Hayastan,  dell’Occidente. E dell’eterno nemico, l’Azerbaigian, con il quale l’Armenia  si contende da decenni una regione, il Nagorno Karabakh, costata una guerra lunghissima e moltissimi morti.

    Non c’è posto per l’incertezza, solo per l’ebbrezza della vittoria.

    Una cosa è certa: l’Armenia ha cominciato la sua rivoluzione. Nessuno può più fermarla.

     

    di Damiano D'Onofrio


    Parole chiave:

    Armenia , Europa , politica , potere , rivoluzione

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